CASTELFRANCI, PONTE ANTICO

E se provassimo a far rivivere il passato “attualizzandolo”?

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CASTELFRANCI, PONTE ANTICO

Il principale approccio a cui siamo abituati, pone il passato come spiegazione del presente e considera la storia come “idolo delle origini”. 
Cerchiamo nel passato tracce del nostro presente ma, dimentichiamo che in storia non esistono leggi universali o necessarie che possano spiegare tout court il divenire dell’uomo. La famosissima frase “Historia magistra vitae” nel sentire comune acquista un valore assoluto, banale, perché lega la storia ad una visione semplicistica e meccanicistica del reale. La si intende come un rapporto causa/effetto (posthoc/propter hoc) secondo il quale ciò che viene dopo è causato da quanto avvenuto prima. Quindi, per capire il dopo bisogna semplicemente risalire al prima. Vista così, la storia, perde qualsiasi forma d’interesse. Viene a mancare il divenire, vengono a mancare le differenze, l’uomo e la sua psiche non cambiano, la vita si declina sempre allo stesso modo. Per concludere, cambiano solo i tempi.

CASTELFRANCI PONTE ANTICO (3)
CASTELFRANCI, PONTE ANTICO

la storia non e' questo

Uno studio corretto ci impone a considerare che l’uomo non è sempre lo stesso nel tempo ma diviene “altro da sé” e soprattutto che la storia non è magistra vitae, perché il passato che conosciamo è frutto di categorie interpretative presenti che ci aiutano a comprendere il presente.
Proviamo a farlo con la storia del nostro paese e manteniamo non riposta la domanda dalla quale siamo partiti.

CASTELFRANCI, PONTE ANTICO

Il territorio che oggi va sotto il nome di Castelfranci presentava diversi insediamenti abitativi già in epoca sannitica e poi, ovviamente, romana. Nella contrada di Baiano furono ritrovati reperti tombali, epigrafi e ruderi che testimoniano queste presenze. Lo stesso nome Baiano potrebbe derivare dal latino Baebius (presente in una delle lapidi ritrovate) o dal termine fundus babianus che in volgare divenne vavianus e poi Vaiano, termine che ancora oggi usiamo. Secondo la tradizione locale e seguendo anche gli storici locali, il borgo vero e proprio nasce attorno al IX secolo sulla riva destra del fiume calore. Sempre seguendo la tradizione della storiografia locale, il borgo nasce attorno ad un “castrum”, siamo negli anni nei quali Ludovico II, figlio dell’imperatore Lotario, fa da paciere tra il ducato di Benevento e quello di Salerno. La spartizione del territorio ha bisogno della costruzione di fortezze che ne designano il confino. In tutta l’Irpinia notiamo la presenza di castelli o ruderi di fortezze. Una cosa, però, la storiografia locale ha dimenticato. Le popolazioni germaniche non costruivano quasi mai ex novo, ma riadattavano vecchie costruzioni romane o sfruttavano vecchi insediamenti abbandonati. Infatti, seguendo il fiume calore, superando il Campo Sportivo del Comune di Castelfranci è possibile imbattersi in una costruzione monumentale che sembrerebbe presentarsi come un piccolo acquedotto composta da 5 arcate (probabilmente costruito in epoca tardo antica o alto medievale). La presenza di questo ritrovamento attesta, ancora una volta, che il borgo di Castelfranci non nacque dal nulla ma da agglomerati abitativi già presenti. Le invasioni barbariche e la formazione dei regni latino-barbarici modificherà gran parte dei centri abitati. Noi sappiamo che in epoca romana si tendeva a costruire centri di piccole dimensioni lungo i fiumi. Il fiume rappresenta una ricchezza inaudita. Molti di questi fiumi erano navigabili in epoca romana e possiamo supporre che lo stesso Calore lo fosse o, per lo meno, che la sua portata d’acqua fosse sicuramente maggiore. Possiamo supporre che la caduta della Pars Occidentalis abbia creato insicurezza anche nei nostri territori e che i vari insediamenti dislocati lungo il fiume sia stati abbandonati in favore di posti più sicuri. Quando giungete a Castelfranci, seguendo la vecchia Ofantina, vi troverete di fronte l’immagine di un paesino arroccato, presepiale, che dal fiume sale verso piazza Nave o Municipio. La struttura architettonica ci rimanda immediatamente al medioevo e ci obbliga a pensare alla presenza di una fortezza o castello. Castrum Francorum. La fortezza dei franchi. È inverosimile che siano stati i franchi a costruire una fortezza qua, è plausibile che le popolazioni longobarde abbiamo costruito una fortezza qua lungo il confine tra Benevento e Salerno. Si è a lungo discusso sul “Castello” e sulla sua effettiva presenza. Ancora una volta abbiamo dimenticato che il processo di “incastellamento” che ebbe luogo nei secoli IX-XII non prevedeva la costruzione di veri “Castelli” come noi siamo abituati a pensarli, ma di fortezze. Una torre alta circondata da cinta murarie difensive. Questi erano i castelli longobardi nei contadi. Diverse sono le costruzioni nei grandi centri abitati. Ora, tornando ai primi insediamenti dislocati sul fiume calore, è possibile supporre che tutti gli abitanti della valle limitrofa si siano trasferiti in un posto che prometteva maggiore sicurezza. Da una parte il fiume Calore e dall’altra questa roccia che saliva a dominare la valle. La costruzione di una torre difensiva o castello, accrebbe le possibilità difensive ed ebbe una funziona attrattiva per le popolazioni dislocate attorno ad essa. Centrale, nonostante tutto, restava il fiume. Non è un caso che la storia moderna di Castelfranci si sviluppa quasi totalmente sulla vicenda dei mulini. Durante la dominazione francese del Regno di Napoli, Murat fece approvare le famose “leggi rivoluzionarie”. A Castelfranci la famiglia dei Brancia deteneva il titolo feudale e, in virtù della tradizione germanica medievale, deteneva il potere di banno all’interno del feudo. Obbligavano i cittadini ad una sorta di corvée che in volgare venivano chiamate “corvate” e alla tassazione per l’uso del mulino baronale. Gli atti del 1809 liberavano i castellesi dal potere baronale dei Brancia a tal punto che poterono costruire un “Mulino” del popolo lungo un torrente che affluiva nel Calore. Quello che noi oggi conosciamo come Mulino del Popolo fu un atto rivoluzionario per l’epoca, una sorta di piccola rivoluzione castellese frutto anche dell’epopea napoleonica ma ebbe scarsi risultati. Il Mulino non veniva alimentato a dovere dal torrente e, quindi, risultava impossibile soddisfare il fabbisogno della popolazione. Per questo motivo fu costruito il Mulino del bosco di Baiano. Il decreto reale 2082 autorizza l’università di Castelfranci alla costruzione di un secondo mulino “popolare” a spese proprie. Il 1835 segna la fine del feudalesimo per il nostro paese con la messa in funzione del Mulino di Baiano. Per noi castellesi quella zona di bosco, mulino comprese, prende semplicemente il nome di Palata. Quindi ora useremo il termina Palata per designare quella zona. Nel 1903 l’italo tedesco Francesco Dickmann impiantò una piccola centrale elettrica nella Palata rendendo Castelfranci uno dei primi comuni irpini a “poter” beneficiare dell’energia elettrica.

in che modo possiamo attualizzare la nostra storia?

Pranzo in vigna - Castelfranci

Non possiamo semplicemente legarci ai racconti della nostra tradizione, l’oralità scompare con il tempo come la memoria si perde senza fonti tangibili. Possiamo, invece, mettere la storia al servizio del presente con azioni concrete. Ristrutturare la Palata e renderla un parco visitabile riaprendo anche il sentiero che dal bosco ci porta a Vadantico e da lì, spostarci verso il Mulino Baronale e la Fontana del Paradiso. Pulire l’acquedotto e renderlo visitabile così come trasformare la zona antistante il Mulino del Popolo in un piccolo parco pubblico. Rimettere il fiume al centro del nostro futuro, con le sue oasi naturali e le ricchezze che la storia ci ha donato. Pulire quel che resta del vecchio borgo precedente il terremoto del 1980, inserendolo in un percorso storico-naturalistico.

Il nostro paese ha bellezze che sono peculiari ed uniche e vanno assolutamente messe a sistema. Dentro tutto questo possiamo metterci anche il nostro presente che si declina alla perfezione con quello che è il nostro vero oro, il vino e la nostra cucina.

Non è utopico immaginare un circolo virtuoso alimentato da storia, natura ed enogastronomia.

Il compimento finale sarebbe l’apertura di una Casa del Vino nel centro storico, un luogo dove poter incontrare le cantine dopo una lunga escursione sul Calore e sui resti della nostra storia. Una Casa del Vino che funga da accordo tra ciò che eravamo e ciò che siamo proiettandoci tutti insieme al futuro e creandolo tutti insieme il nostro futuro

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