Storia

La storia di sempre

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Storia
Scatto di Simona Signoriello
Il museo dell’emigrazione

Il 5 agosto dell’ormai lontano 2016, il Castello degli Imperiale sito a Sant’Angelo dei Lombardi aprì le porte al Museo dell’Emigrazione.

L’installazione della mostra fu il risultato di un attento e capillare lavoro di ricerca e di approfondimento condotto dal gruppo di lavoro del LABe Alta Irpinia, che già l’anno precedente aveva presentato, durante il convegno “Storie di donne, uomini e migrazione”, le motivazioni e gli obiettivi dello studio del fenomeno dell’emigrazione di fine ‘800 e del secondo dopoguerra.

Nel 2016 come oggi, l’argomento emigrazione era quanto mai attuale e costantemente all’ordine del giorno. Non è un caso che per parlare dell’apertura del museo, poche righe più su, si sia scelta l’espressione “aprì le porte”: l’assonanza e la somiglianza con “aprire i porti”, appare evidente, e non necessita neppure una spiegazione. Non più.

Storia
Scatti di Simona Signoriello
L’attualità della tematica

Ritorniamo però al museo, e all’attenzione posta su un passato che è presente e che a sua volta fa riflettere su un presente che è uguale al passato. L’emigrazione è la storia di sempre.

È la storia di viaggi, lunghi e terrificanti, di abbandoni, di speranze, di sogni, di famiglie divise, di futuri incerti, di solitudine e di paura.

Le sale del museo raccontano una storia che conosciamo da sempre ma che fingiamo di aver dimenticato.

Le foto, le didascalie, le descrizioni, le lettere, le valigie, ci parlano del Mezzogiorni d’Italia, di un Mezzogiorno povero, confinato in terreni così tanto aridi, costretto alla fame e all’arretratezza. Ma non solo. Ci parlano anche di donne e uomini che non si sono arresi e che a dispetto delle difficoltà hanno deciso di risollevare le proprie sorti, di fuggire da una terra che amavano ma che, a quel tempo, non amava loro. Allora cos’altro se non andare via, partire e sfidare la sorte? In fondo, non sarebbe potuta andare peggio.

E fu così che i nostri bisnonni e nonni raggiunsero il Belgio, la Germania o le Americhe. E fu così che dovettero lavorare duro, più duro di chiunque altro, accettare mansioni impensabili in condizioni talvolta deplorevoli, rimboccarsi le maniche e dimostrare che non avevano paura della fatica, che potevano farcela, e che ce l’avrebbero fatta. E ce la fecero.

E dunque, non mi sembra ci siano differenza con la situazione attuale. Cosa sarebbe successo se Belgio e Germania avessero chiuso le frontiere, o se le Americhe avessero chiuso i porti? Generazioni di italiani sarebbero morte, e noi non saremmo qui a parlarne.

Anzi, chiedo scusa. Una differenza in realtà la vedo. E credo che forse sia la più importante. I nostri nonni, la vecchina di fronte casa, lo zio di quel nostro amico, arrivando nelle mete designate, pur con non poca reticenza furono accettai e accolti, ed ebbero la possibilità di dimostrare a se stessi e a tutti gli altri che la loro vita sarebbe potuta essere migliore.

Oggi, la possibilità è un lusso che viene concesso a pochi.

Per chi fosse interessato, per il mese di agosto sarà possibile visitare il museo dell’Emigrazione tutti i weekend.

https://www.facebook.com/comunesantangelodeilomb/posts/3074219019355930

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