Busto Parzanese

Parzanese, poeta popolare arianese: tra vita e poesia

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Cari lettori, 

oggi vi parlerò di una figura fondamentale per la storia e la cultura arianese, ovvero del poeta, teologo ed oratore Pietro Paolo Parzanese. Lo si può osservare nell’immagine qui sopra (foto di Giuseppe Perrina), in cui è rappresentato da un busto bronzeo realizzato dallo scultore napoletano Enrico Mossuti, inaugurato il 29 Agosto 1910 e inizialmente collocato al centro di Piazza Plebiscito (Ariano Irpino). Esso venne poi spostato nella Villa Comunale, dove tuttora è sistemato, nell’agosto del 1928, a causa di altre necessità.

busto parzanese
Busto di Pietro Paolo Parzanese in Piazza Plebiscito (Ariano Irpino)

Durante l’inaugurazione del busto avvenuta nell’Aula Magna del Ginnasio, il prof. e consigliere provinciale Aurelio Covotti pronunciò le seguenti parole:

«Ricordiamoci nondimeno che il busto del nostro poeta deve essere soltanto un simbolo che ci guidi verso la luce di alti ideali. Quando saremo tutti educati all’amore della libertà e della patria, al culto della scienza e del dovere, al rispetto per la povertà e per la sventura, quando l’anima nostra sarà mossa dai sensi gentili e generosi che Parzanese, ispirandosi nella grande anima italiana apertasi nei secoli, volle allevati nel popolo, allora solamente avremo eretto al poeta la colonna su cui lo spirito suo possa posare quieto e sereno».

Cenni biografici

«Adunque io venni in questo mondo il dì undici novembre del milleottocentonove, quando tutta l’Europa, fin allora scossa dalla rivoluzione Francese, or veniva messa sossopra dalla fortunata ambizione di Bonaparte». (Pietro Paolo Parzanese, Memorie della mia vita, in «Opere complete edite ed inedite», vol. II)

È in un’epoca storica complessa e delicata che, l’11 Novembre 1809, ad Ariano Irpino (allora Ariano di Puglia), nasce da Giuseppe e Giovanna Faretra «quel genio imperituro del Parzanese, che seppe con la sua alata parola affascinare le masse e con la sua poesia far vibrare, a guisa di cetra, l’animo del popolo» (Nicola D’Antuono, La poesia popolare di Pietro Paolo Parzanese). Terzo di undici figli, visse un’infanzia poco felice; lo si ricorda taciturno, meditabondo, solitario, a tal punto che cercava di tenersi lontano dai contesti in cui avveniva naturalmente il rapportarsi con gli altri, come ad esempio quello della Chiesa, presso la quale, per le ragioni appena riportate, vi si recava controvoglia, pur essendo religioso.

Luogo di rifugio, per il Parzanese, era la natura; a questo proposito, egli ricorda nelle Memorie (1851) i momenti trascorsi presso «la devota chiesetta di Maria di Carpignano posta tra due siepi in campagna con una fontana che mormora continuamente innanzi al piccolo Santuario» durante i due anni nei quali, nei mesi di agosto e settembre, soggiornò a Grottaminarda, luogo natio della madre. L’istruzione di cui poté usufruire, a causa delle modeste condizioni economiche familiari (il padre era un negoziante di tessuti), fu sicuramente poco stimolante rispetto a ciò di cui egli era potenzialmente capace – egli stesso ritenne i suoi studi “ingrati” – e di poco supporto gli fu l’educazione dura e autoritaria che ricevette.

Nel 1820 entrò in seminario ed è proprio a questi anni che risalgono i primi tentativi poetici del giovane Parzanese che egli sottoponeva all’attenzione della sorella maggiore Nicoletta. Al contempo, egli si distinse anche come improvvisatore poetico; in particolare fu frequentatore di casa Imbimbo, dove conobbe la poetessa Rosa Taddei.

Alternò periodi di soggiorno a Napoli e ad Ariano, per ritornare definitivamente qui soltanto nel 1830, dove nel ’31 prese i voti e dove successivamente ottenne l’incarico di insegnante di grammatica, teologia ed eloquenza presso il Seminario di Ariano Irpino. Inoltre, nel 1834 divenne canonico della Cattedrale di Ariano e tra il ’37 e il ’38 divenne vicario della Diocesi. La sua carriera ecclesiastica ebbe per egli un ruolo sempre preminente rispetto ad altri eventi della sua vita, come la tormentata storia d’amore con Rosa Vernacchia, previa la sua ordinazione sacerdotale. Varie furono le vicende politiche che caratterizzarono la sua vita, ma quelle saranno poi analizzate in un altro contesto. Il 29 agosto del 1852 la morte lo colse per febbre tifoide.

Parzanese e l’ambiente arianese

Il rapporto tra Parzanese e il contesto culturale arianese del suo tempo, individuabile nelle Memorie, è stato ampiamente analizzato dagli studiosi, in quanto piuttosto controverso. In tale opera, il poeta manifesta un forte disdegno nei confronti dell’ambiente arianese, dei rappresentanti della Chiesa locale, dell’alto ceto arianese, difendendo, invece, come farà anche con la sua poesia, “gli artigiani, i fittaiuoli, i contadini, e tutte le altre classi del popolo Arianese” (dopo poche righe si ricrede sugli artigiani).

In alcuni tratti delle Memorie Parzanese pone un’aspra critica nei confronti della società arianese del tempo; ciò che maggiormente colpisce è il suo rivolgersi, in modo piuttosto negativo, ai suoi contemporanei. C’è stato anche chi ha ritenuto che, forse, proprio a causa di quest’aspetto, il poeta arianese si sia addirittura trattenuto nelle sue critiche. Nonostante quest’ultime siano state piuttosto dure, attraverso una lettura attenta delle Memorie, si può comprendere come le dichiarazioni di Parzanese altro non fossero che il manifesto desiderio di avere una patria diversa, che potesse ritornare a com’era in passato, verso il quale egli sembra riservare nostalgia. Scrive egli stesso nelle Memorie: «Vorrei la patria mia grande, costumata, e gloriosa, quale non è al presente». Ancora più definiti sono questi sentimenti nella poesia La Patria tratta dai Canti del povero:

Son tribolato, son poverello,
pure amo il loco, che Dio mi ha dato:
e come il nido ama l’augello,
amo la terra, dove son nato.
Ne’ miei pensieri prima onor fia
la patria mia, la patria mia.

Al suon de’ pifferi e del tamburo
un tempo l’armi per lei portai,
e di soldato nel mestiere duro
ad oro e gloria mai non pensai;
solo nell’anima meco venia
la patria mia, la patria mia.

L’amo, e con gli altri sudo e fatico,
perché sia ricca, prospera e grande,
ma non figliuolo, è a lei nemico
chi fiamme d’ira nel sen le spande.
Deh! chi ferire nel cor potria
la patria mia, la patria mia?

Con la campana del paesello
tutto mi allegro, se suona a festa;
ma quando irata suona a martello, 
sento drizzarmi le chiome in testa.
Deh! sempre in pace co’ figli sia
la patria mia, la patria mia.

Viva la pace! Noi l’invochiamo;
venga dal cielo su penne di oro.
Viva la pace! per lei speriamo
noi operai pane e lavoro.
Così felice per sempre fia
la patria mia, la patria mia.

L’aman la patria le ricche genti,
che vi han palagi, castelli ed orti;
io, perché in essa mi ebbi i parenti,
e vi son l’ossa dei cari morti.
Deh! a me sepolcro pur essa dia
la patria mia, la patria mia.

Restate connessi per saperne di più su questa interessante personalità che spero vi abbia incuriosito. Grazie per l’attenzione e a presto!

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