1656 – L’orribile flagello della peste a Caposele

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Peste a Caposele

A Caposele, nonostante l’esigua estensione del nostro territorio,  gli eventi che si sono susseguiti nel corso degli anni non sono stati affatto pochi. Tra tutti però, abbiamo deciso di rievocarne uno particolarmente infausto per il nostro paese : la peste del 1656.

La scelta di trattare questo specifico avvenimento, come potete facilmente intuire, non è assolutamente casuale. E’ superfluo dire che stiamo vivendo sulla nostra pelle un momento storico drammatico e turbolento a causa dell’ormai noto Coronavirus, infatti  per questo motivo abbiamo voluto far luce su un evento simile che colpì in modo particolare il nostro piccolo borgo molti secoli fa.

Da dove partì la peste?

La peste ha avuto come punto di partenza la città di Napoli quando la morte, apparentemente immotivata, raggiunse  ben presto sette persone. Inizialmente nessuno pensò ad un’epidemia come causa dei decessi, ma al contrario, essi continuarono ad essere sottovalutati. Nonostante il tasso di mortalità della popolazione variasse fra il 50 e 60 %, la vita nelle città e nei paesi procedette normalmente. Continuarono ad essere all’ordine del giorno gli assembramenti nei mercati, nelle piazze e nelle chiese, e  perciò i contagi iniziarono ad aumentare esponenzialmente e, soprattutto nei mesi primaverili, le vittime della peste divennero davvero troppe. 

E a Caposele?

Quando anche a Caposele si comprese che l’aggressiva epidemia era ormai insediata nel territorio, il panico avvolse completamente il paese, e i cittadini misero in atto tutto il necessario affinchè i contagi venissero limitati.

Il morbo si manifestò nelle persone con atroci sofferenze, tra cui mal di testa, vomito, febbre alta e bubboni fuori e dentro il corpo. Tra tutto il popolo caposelese (fortemente scaramantico ed inquieto) iniziarono a serpeggiare varie credenze sull’esplosione della peste. Molti credevano che fosse tutta colpa di gente nemica e malvagia che aveva portato polveri contenenti il morbo in luoghi pubblici oppure nelle fonti dell’acqua benedetta della Chiesa, mentre un’altra consistente parte di persone considerava  questo evento nefasto come la manifestazione del castigo di Dio per tutti i peccati mortali commessi dall’uomo.

La peste a Caposele

Più trascorrevano i mesi e più le morti aumentavano. Il panico e la paura si diffondevano sempre di più e tutte le strategie messe in atto sembravano non servire a nulla. Per giunta in un paese piccolissimo come Caposele la malattia si diffondeva con grandissima facilità. Il tutto era reso più grave dal fatto che negli anni del 1600 moltissime case presenti sul territorio erano attaccate le une alle altre a causa di strade strettissime, ma soprattutto  a causa della povertà in cui la gente era costretta a vivere. Le scene che si osservavano nel paese erano alquanto surreali e sconvolgenti al punto che dalle abitazioni fuoriuscivano  grida, lamenti dei malati e invocazioni d’aiuto quasi mai ascoltate.

La gente, presa dal panico e dalla paura della morte, iniziò ad organizzare fughe verso zone di campagna più tranquille ed isolate, ma invece di limitare i contagi, esse diventarono  semplicemente occasioni in cui si generavano  assembramenti e nuovi focolai. La violenza dell’epidemia a Caposele fu talmente forte che riuscì a portare  via circa 700 persone su un totale di 1200 cittadini.

L'arrivo di Frate Francesco

Questo momento così tragico fece giungere a Caposele un frate eremita di nome Francesco, che decise, seguendo un esempio d’amore e di carità cristiana, di lasciare la campagna in cui viveva e di recarsi in paese per dare aiuto agli sventurati e alle loro famiglie. Questo frate, a causa dei numerosi contatti ravvicinati che ebbe  con i malati, morì di peste, ma era ormai considerato da tempo un vero e proprio “Angelo Salvatore” guidato dalla grazia divina.

Peste del 1656

Con  la tanto attesa fine dell’epidemia, come ringraziamento a Dio per averli liberati dal morbo e per aver mandato loro l’aiuto del frate Francesco, il popolo caposelese, sentendosi finalmente salvo, costruì una croce in segno di riconoscimento.   Quest’ultima prese il nome di “Croce dell’Angelo”. Realizzata in pietra locale e poggiata su un basamento quadrangolare, si trova ancora oggi in via Ogliaro, uno dei punti più antichi di tutto il paese. 

Alla sommità della colonna è presente una grande croce che venne trasportata da Pasano (frazione rurale di Caposele) appositamente per questa realizzazione, mentre sul lato visibile ai passanti è stato scolpito ad alto rilievo Gesù in croce affiancato da un angelo con le mani giunte in chiaro segno di ringraziamento per aver posto fine alle sofferenze di tutto il popolo.

Dagli autori

In conclusione di questo nostro articolo vogliamo semplicemente volgere un caloroso pensiero a tutti coloro che hanno vissuto (o stanno vivendo) sulla loro pelle le sofferenze causate da violente epidemie. Ci auguriamo con tutto il cuore che il panico e la paura di questi giorni possano svanire il prima possibile, lasciando spazio solo ed esclusivamente alla ormai così utopica normalità.

Al prossimo articolo!

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