Tradizioni Mnaocalzatesi

Emozionarsi a tavola: semplicità e tradizione alla portata di Forchetta!

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Tradizioni Mnaocalzatesi

Ritorniamo nel verde del collinare paese di Manocalzati, ma questa volta, attiveremo i nostri sensi per apprezzare delle leccornie tipiche della tradizione. Pronti?

Ora, vi voglio suggerire tre paroline, che saranno il modus operandi di questo viaggio di sapori: semplicità, unicità e tradizione.

Il territorio del paese di Manocalzati, seppur attualmente inquadrato in differenti insediamenti a carattere industriale, vanta una molteplicità di piatti tradizionali che fanno della loro genuinità il carattere dominante.

Scopriamo quali sono!

Per fare ciò, occorre dapprima analizzare la localizzazione ella produzione alimentare sul territorio: di fatto, è possibile rintracciare una doppia caratteristica.

Nella parte valliva del territorio, già dai tempi passati, si produceva gran parte del mais e dei cereali, che veniva poi distribuito all’intero paese, una vera e propria auto produzione territoriale connessa ad una strategia di auto sostentamento degli abitanti. Differentemente, nella parte mediana, si curava la coltura delle vite e del nocciolo, ancora oggi alimentata e ben curata da produttori locali.

Aspetti questi fondamentali, quando si parla di valorizzazione territoriale e di economia circolare.

Diffusa, anche la coltivazione della vite: attualmente Manocalzati ricade nella zona di produzione del Fiano di Avellino, un vino bianco DOCG, seppur molto apprezzati anche i vini rossi da tavola. A tal proposito, è bene rammentare le parole di  Scipione Bella Bona: << Quasi in tutto il territorio d’Auellino si produceva il vino detto Fiano, da gentili scrittori lodato,e tanto in detto luogo, tanto in quella città ( Lapio ), sin da  hora vis i produce, e per corrotta favella chiamato Afiano e Fiano, il nome D’Apiano, dall’Ape, che se mangiano l’uve, gli fu dato >>. Questa citazione anticipa il valore culturale collegato alla produzione del pregiato vino.

Siamo di fronte, ad un vigneto di origini romane: dopo aver superato un periodo difficile durante gli anni Sessanta, durante il quale si è rischiato di perdere il patrimonio antico delle varietà autoctone della provincia, oggi, il Fiano vanta una larga diffusione su tutto il territorio nazionale.

In maniera specifica, la vigna di Manocalzati, è situata a ridosso del centro del paese, a circa 5 km a nord- est di Atripalda: è impiantata in un suolo ricco di argilla su terreni a medio impasto e sciolti con un’esposizione a Sud- Est. Il vigneto, dell’età di 30 anni, ha rappresentato la base per lo studio e l’approfondimento sul vitigno fiano, fungendo da campo per la selezione massale di biotipi migliorativi.

Cosa accostare a questo pregiato calice? Sicuramente, la nocciola si lega bene: ulteriore tipico prodotto molto diffuso, tanto che in tempi passati, tutta la valle del fiume Sabato era coltivata a noccioleti.

La semplicità e il valore delle tradizioni del paese di Manocalzati, sono presenti non solo in piccole aziende agroalimentari a conduzione familiare presenti sul territorio ma si ripercuotono in maniera evidente anche in taluni piatti molto semplici ma dal sapore deciso.

L’elemento caratterizzante nel ventaglio della produzione della cucina irpina, nel paese di Manocalzati, è la pasta fatta a mano, tipicamente preparata per il pranzo della domenica. Un connubio di ingredienti genuini: farina di grano tenero, acqua e sale l tutto abilmente plasmato dalle giovani donne che si cimentano ancora oggi in questa difficile arte manuale.

Tipici anche i tradizionali e  molto diffusi piatti  a base di verdure: come dimenticare le scarole con i fagioli, sedani e baccalà, costatine di maiale con cavoli lessi e per concludere un buon piatto di cecatielli e fagioli.

Arrivati  a questo punto, sembrerebbe non manchi nulla: abbiamo cibo in abbondanza, vino ; manca il dolce.

Anche in tal caso, la parola d’ordine è la semplicità: cosa si mangiava quando non esistevano le attuali barrette di cioccolata, come si accontentavano i “capricci” di cose dolci?

La soluzione era la preparazione di un caramellato di ceci abbrustoliti amalgamati con vino cotto. Proprio il vino cotto aveva un doppio uso: serviva anche per delle ottime granite quando in inverno la neve cadeva copiosa. Si conservava la neve caduta in inverno, nel punto più freddo del paese, la Nevera, e la si usava per rinfrescarsi con un sorbetto in tempi estivi e afosi.

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