Brigantaggio Caposele

Il brigantaggio e il “Ratto delle caposelesi”

CONDIVIDILO CON I TUOI AMICI!
Brigantaggio Caposele

“Già di lato alla cima del monte Paflagone spunta Espero per ispecchiarsi nelle acque delle fonti del Sele, quando le donzelle di Caposele del medio e del basso ceto corrono ad attingere l’acqua dove rampolla il fiume…piegato il grembo per riempir le anfore, si miran nelle sorgenti e nuovo brio par che venga su le loro sembianze…”
E’ proprio citando Nicola Santorelli che si apre, all’interno del libro “Terra di Caposele”, (scritto qualche anno fa dall’ingegnere Gerardo Monteverde) un intrigante capitolo in cui vengono rivelati i dettagli della cosiddetta “rapina al procaccio” e del bizzarro ratto delle caposelesi.

Quagliarella

E’ una caldissima giornata estiva alle pendici delle montagne situate tra Caposele e Bagnoli, quando, un cospicuo gruppo di briganti capitanato dal bandito Quagliarella, tenta in tutti i modi di trovare refrigerio sotto le ombre dell’imponente vegetazione circostante.
Quagliarella sta perennemente sull’attenti e controlla spesso le azioni della sentinella di guardia che ha il compito di dare l’allarme alla vista di uomini a cavallo. Nell’accampamento si respira un’aria piuttosto tesa e tra i banditi regna il silenzio, fino all’inaspettata irruzione dell’impetuoso fischio diffuso dalla sentinella. Ad un iniziale momento di agitazione e tumulto da parte degli uomini intenti nel prepararsi alla difesa, segue subito una situazione di calma indotta da Quagliarella, il quale, riconosciuta la banda di Milone attesa da tutta la giornata, ordina ai suoi uomini di ritirarsi.
Le due bande, dopo aver passato una serata all’insegna di attimi dilettevoli e spensierati, iniziano a discutere sulla messa in atto di una rapina che si sarebbe svolta nei pressi di Eboli, per la quale era previsto un esorbitante bottino. Milone, sentendo quelle parole, accetta subito la “collaborazione” con la squadra di Quagliarella e, d’accordo sul da farsi, i briganti partono alla volta della piana di Eboli poco prima dell’alba.
Essi, dopo aver valicato gran parte del percorso, esausti, passano la notte del 16 agosto in una grotta situata lungo una strada che porta fino alla Calabria, vicino alla cosiddetta “Fontana del Fico”. Nonostante la stanchezza nessuno di loro riesce a dormire perché tutti sono presi da una grande preoccupazione al solo pensiero di tutto ciò che potrà accadere il giorno seguente: avrebbero potuto vincere ed arricchirsi, ma non era da scartare la possibilità di perdere la propria vita durante l’assalto.
Tra un’incertezza e l’altra sorge un nuovo giorno; è il 17 agosto quando improvvisamente i briganti sentono in lontananza l’arrivo della carrozza del procaccio. In questo momento ha inizio il vero e proprio scontro; si abbatte sugli uomini una grossa pioggia di pallottole e molti di loro rimangono uccisi. I superstiti scappano via impauriti e quindi diventa molto semplice per gli invasori attaccare le case, distruggerle e portare via ottomila ducati.
Le due bande, dopo aver corso ininterrottamente per mettersi in fuga, si dividono il bottino, e nello stesso punto si separano in quanto Milone avrebbe dovuto raggiungere le terre di Muro Lucano, mentre Quagliarella era diretto verso le zone impervie e isolate delle montagne di Senerchia per un tempo necessario a far calmare le acque. I briganti continuano a vivere in questi luoghi per molti mesi, e incoraggiati dal sogno di una vita migliore, passano il gelido inverno sulle montagne innevate pur di non farsi catturare, ma nonostante ciò le forze dell’ordine non cessano di cercarli; con l’arrivo della primavera i banditi, irrequieti e desiderosi di passare del tempo in compagnia di una donna, si mettono in cammino verso Caposele e, con lo scopo di non dare nell’occhio, passano dalla parte alta del territorio per poi scendere a valle in corrispondenza delle sorgenti del Sele, luogo in cui gran parte delle donne caposelesi si reca, prima del tramonto, per rifornirsi d’acqua.

Lì, soprattutto le più giovani, dopo una lunga giornata, chiacchierano, ridono tra di loro, si guardano intorno per cercare con lo sguardo i loro corteggiatori, ma l’unica cosa che vedono in quel pomeriggio del 4 aprile 1814, è l’irruente arrivo dei briganti. Molte di loro, in preda al panico, fuggono gridando, ma degli uomini riescono a raggiungere e a portare via due sorelle di nome Catarina e Carmela.
Le altre donne però, prima di tornare a casa, raccontano a tutti ciò che è accaduto, scatenando l’ira del popolo di Caposele; poco tempo dopo, infatti, moltissimi cittadini caposelesi ,armati, si mettono sulle tracce dei banditi e, nel territorio di Lioni, trovano le due sorelle già liberate. Ai caposelesi questo non basta, infatti presi da un furor incontrollabile, continuano la ricerca dei briganti. Dopo ore passate a controllare nei minimi dettagli ogni luogo in cui si imbattevano, finalmente trovano la squadra di Quagliarella e i due gruppi iniziano a scambiarsi innumerevoli colpi di fucile, ma non ci sono né morti né feriti; calata la sera i Caposelesi, scoraggiati e accomunati da un forte senso di fraterna solidarietà , rientrano in paese.
Giunti alla fine di questo altro piccolo aneddoto che caratterizza la nostra storia, ci auguriamo di aver fatto crescere la vostra curiosità dandovi appuntamento al prossimo articolo!

AUTORE
CONDIVIDI

Ti è piaciuto? Condividilo con i tuoi amici!

NEWSLETTER

Resta aggiornato sulle nostre novità!

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter e riceverai una mail con gli articoli che più ti interessano!

EVENTI

Visita la nostra sezione eventi!

Scopri gli eventi che si terranno in Irpinia e decidi a quale partecipare!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Translate »