la martina - campeggio

La sostenibile leggerezza de “la Martina”. Il campeggio e il progetto di riscoprire se stessi

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la martina - campeggio
Foto di Antonio Sena

Per quanto ci sforziamo di credere che le percezioni siano uniche e solo nostre come un abito cucito su  misura; per quanto possiamo impegnarci a credere che siamo noi gli unici e soli artefici della loro creazione, esposizione, bellezza e profondità; restiamo di stucco quando incontrando un altro essere umano ci sembra di guardarci allo specchio.
Uno specchio che non mostra chi sia il più bello del reame, uno specchio che riflette il nostro mondo visionario, fatto di stesse costruzioni, stesse architetture, stesse immagini e stessi vestiti cuciti su misura. Cambiano le sfumature. Realizziamo allora che le sfumature rendono le realtà varie, realtà profondamente diverse, uguali in tutto e per tutto. 
Una docente esperta della chimica delle reazioni umane negli ultimi minuti del suo corso semestrale racconta che il primo sentimento a emergere è la rabbia. Quando ci scottiamo pensiamo di provare dolore, in realtà proviamo rabbia per qualcosa che potevamo evitare e che invece abbiamo abbracciato. Ecco cosa accade quando ci guardiamo in quello specchio umano.
Credevamo di essere originali e scopriamo di non esserlo, poi improvvisamente la rabbia lascia spazio al conforto; il conforto di non essere soli, il conforto di poter condividere emozioni. Non è difficile traslare il concetto in tutti i piani, tangibili o eterei che siano e una volta iniziato, un nuovo quadro si erge, sbaraglia la concorrenza e diventa l’opera di punta della mostra così intitolata: “Le relazioni umane e quel punto su una mappa che chiamano casa.”

Il senso di appartenenza, il calore della famiglia e le lame della nostalgia possono variare da uomo a uomo, ma solo in intensità. Un volta instaurato il seme di un sentimento in un animo, è difficile strapparlo via ed è così che ci ritroviamo ad amare luoghi che non avremmo mai amato, ad apprezzare cose non  che non avremmo mai apprezzato, a guardarci intorno e a cercare di riscoprire, ridisegnare, imitare.

La Martina Lioni
Foto di Gian Salvo Nappa

Esistono svariati motivi per i quali le persone fanno uno stesso identico gesto. Passeggiare in una faggeta, arrampicarsi su un sentiero scosceso, pranzare su una tovaglia a scacchi rossi e bianchi, bere vino da una fiaschetta, portare in giro quantità di cibo tali da sfamare intere popolazioni di lupi in un cestino di vimini dal gusto chic o in uno zainone color cuoio dal gusto anche radical, suonare una chitarra seduti su una panchina o sulle foglie, ubriacarsi con l’acqua della fontana, inebriarsi con l’odore umido della terra, dormire in tenda o sotto le stelle, accendere un fuoco, uccidere zanzare. Fatta eccezione per queste ultime che credo vengano uccise tutte per lo stesso motivo, il resto nasconde un fine. Uno scopo personalissimo, una riflessione intima, la voglia di evadere, la sete di conoscenza, la sazietà di una coscienza, il gusto del divertimento, la pericolosità del mistero, un sentimento da sviscerare. 

Gesti scontati? Non per un lionese. Il corso del tempo, la frenesia di una vita cittadina, seppellisce sotto cumuli di responsabilità ed evasioni prêt-à-porter, il ricordo dello spazio che più di altri è l’essenza della nostra appartenenza stessa. Sembrerebbe lo scenario di una commedia rosa, ma in realtà analizzando quel che la storia lionese insegna, l’idea che si fa spazio è che la bellezza minimale del nostro Calvello, l’eternità pura e squadrata della fontana “de li auti”, la ghiaia “de la martina”, la dolcezza delle “nevere” timide al punto da sembrare leggende,  il pudore dei sentieri nascosti, l’imponenza dei castagneti, delle querce, la stabilità dei rifugi e delle pietre di confine, siano certezze che non possono essere spazzate via in cumuli di macerie. Ci si lega a ciò che si ha paura di perdere.

Il passare degli anni e il susseguirsi delle generazioni, costruisce delle reti di protezione e se per alcuni diventa più facile lasciarsi andare e saltare, per altri non è sufficiente restare nei micro confini del confort che è stato ricostruito e arriva l’ora di esplorare. Le nuove tendenze affondano le radici nelle tradizioni, gli uomini per essere nuovi devono viaggiare in senso opposto e incontrare l’io del passato; il luogo dove si è nudi con i propri vestiti; il punto in cui non si è mai stati più vicini alla propria natura e alla propria terra. 

Una visione. Una sera d’estate. Un tavolo da 11. L’idea. La scommessa di una sola notte con una tenda a separarci dal resto del mondo. Un telo colorato come culla, un cielo vero come soffitto, l’odore di erba calpestata e di brace. L’allegria del vino, l’atmosfera delle luci, la musica. Il rifugio a Gavitoni è diventato un giardino. I cambiamenti non sono sempre facili, gli inserimenti meno che mai. La ricerca di se stessi per quanto complessa possa essere, necessita di semplicità, di purissimi contatti con il resto, senza veli, senza dorature. Se l’obiettivo è così imponente, se il fine non è quello di aprire la porta di una stanza, ma quello di aprire il portone di una casa abbandonata da tempo, il lavoro deve essere sinergico, costante e questo il Forum dei Giovani lo sa bene. Alcuni intenti sono così forti da risultare inflessibili alle condizioni più disperate e di condizioni più disastrose di quelle di quest’ultimo anno è difficile trovarne, ma le soluzioni sono fortunatamente le solite e si chiamano collaborazioni. La collaborazione con AMA apre le porte a un nuovo luogo, più ampio, più magico. Il campeggio in quella che forse era una “nevera”, il campeggio senza barriere, senza cancelli ,solo faggi, solo il buio e poche luci, solo lo scintillio delle foglie e l’argento dei rami. Esistono posti che amiamo e che non chiameremo mai casa. Cosa rende un luogo davvero casa? La conoscenza della più piccola crepa nel muro, un avvenimento disastroso e almeno un ricordo che sia in grado di definirci nel presente e nel futuro. Ebbene. Se la nostra montagna, se il nostro campeggio a la Martina deve avere un ruolo così importante, allora dobbiamo imparare a viverci in sicurezza, conoscendone ogni angolo, ogni bacca, arbusto o albero che sia, e anche questo il Forum lo sa bene. Il Soccorso Alpino e EkoClub Lioni? Beh loro lo sapevano ancora meglio e ce lo hanno insegnato. 

notte di campeggio
Foto di Paolo d'Andrea

Una giornata passata a definire dettagli tra escursioni e corsi di sopravvivenza. Una nottata passata a ballare, a banchettare, a sognare amori aspettando l’alba, a uscire dalle tende per fantasticare sugli scoiattoli che non avremmo mai visto e se ci avessero detto che tutto questo non era che una piccola parte di un progetto molto più vasto e articolato non ci avremmo creduto di certo, presi com’eravamo a montare le tende o per meglio dire a farcele montare.

Proprio ora che siamo impegnati a barcamenarci tra la fine delle feste e a capire di che colore si tingerà il nostro orizzonte, apprendiamo che mentre noi cercavamo di aprire quel famoso portone, qualcun altro pensava a ristrutturare e a bonificare. Un  nuovo piano urbanistico comunale si sta concretizzando, così come un piano di assestamento forestale per la tutela e la valorizzazione del patrimonio montano.

Un progetto ambizioso a più piani volto a coniugare le sfaccettature della nostra personalità, partendo dall’area archeologica di Oppido, passando per Gavitoni e approdando niente di meno che alla Martina che diventerà una vera e propria area camping attrezzata.

L’ambizione ha il significato intrinseco dell’assiduità ed è per questo che è impossibile immaginare che le cose, i sogni si realizzino per caso. Questo progetto non è che il risultato di un lavoro certosino che ha dispiegato le forze più svariate, che ha intrecciato relazioni tra comunità, associazioni, amministrazioni e tecnici su lungo periodo. La rivalutazione di un territorio parte da un’escursione, da un concerto evento con grandi nomi e scenografie d’elitè, passando per pic-nic, Notti di Campeggio, hiking e trekking per i più avventurieri, ma soprattutto parte e inizia con l’osservanza religiosa delle regole secondo cui tutto ciò che abbiamo è in prestito, secondo cui non esiste che rispetto e decoro per il terreno che calpestiamo e l’aria che respiriamo.

Le tradizioni non nascono si ricreano, si migliorano e per tornare alla sartoria, le passerelle si vestono di abiti vintage con nuovi standard. I clichè si rivisitano, i materiali diventano eco e le sensibilità si stravolgono. Il concetto di rivalutazione fa da padrone, il concetto di sfruttamento decade. L’equilibrio in una sola parola: ECOSOSTENIBILITA’.

Lo specchio non mostra più il mondo visionario e inizia a  mostrarci la realtà che si delinea oltre i suoi limiti, puoi voltarti e toccare con mano l’universo che stai costruendo.

Scritto da Chiara Ciotta

Editor: Gian Salvo Nappa

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