Crepuscolo- campagne lapiane

Tesori perduti nel tempo

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Crepuscolo- campagne lapiane
Fotografia di Elia Pasquale

Crepuscolo. Respirando profondamente si può ancora sentire il buon odore di una pioggia estiva come tante, appena trascorsa. D’improvviso una folata di vento  fa cadere su di noi le foglie del maestoso ciliegio che è sopra di noi. Qualcuna è bagnata, qualcuno dei miei amici sbuffa un po’, qualcun altro si fuma una sigaretta e così inizia questa avventura di una tarda sera di mezza estate.

Come tutto ebbe inizio

Ci sono dei momenti in cui bisogna fregarsene di tutto e vivere la vita come viene, facendosi trasportare dalle folate di vento di turno e non badando a nient’altro. E in quel momento, presi da quest’aforisma di turno (a dir la verità era perché non partiva la macchina e dovevamo aspettare il meccanico, ma la storia dell’aforisma mi piaceva di più), decidiamo di sperderci nelle campagne lapiane. Tra una strada e l’altra, tra qualche viottola di turno, con la compagnia di un paio di randagi, ci imbattiamo in qualche rudere che a stento si intravede tra la folta erba.

Convento di Santa Maria degli Angeli Lapio
Fonte: Claudia Areniello - Gocce d'arte e di storia (2015)

Siamo su una collinetta a sud del centro abitato, in quella che viene chiamata località “Li Marmori”. Ci sarò stato cento, mille volte, eppure a quei ruderi nel verde non ci avevo fatto mai caso e non penso che qualcuno dei miei compagni di avventura (esclusi i cani) ci fosse stato. 

Convinti del fatto che il meccanico non sarebbe arrivato prima di qualche oretta, decidiamo di toccare con mano quel che resta di un complesso architettonico che certamente ha conosciuto tempi più felici. Ci guardiamo un po’ in torno per cercare una via di accesso, ma i nostri occhi si fermarono su un albero di pesco lì vicino. L’avventura aspetta… Dopo una mangiata di pesche e dopo aver causato l’ira delle nostre madri, sporcando tutti i nostri abiti, il suono del cellulare di uno di noi spegne la magia creata dal cinguettio degli uccelli e dal lieve rumore dei nostri morsi. 

Il meccanico è finalmente arrivato ed è ora di andare, la nostra escursione è quindi rimandata a data da destinarsi. Raggiunta la macchina e risolto il problema ci avviamo verso le ramanzine delle nostre madri. Affacciandomi allo specchietto vedo gli ultimi raggi di un sole che oggi non se ne voleva proprio andare, quella luce, quell’insieme di colori, così splendidi da poter ingannare. Che meraviglia!

Indiana Jones dietro il computer

Camminando piano, per non far rumore, corro in camera mia e inizio a fare ricerche su quel posto così misterioso e così affascinante. Cos’era? Da quando è così? Quando è stato abbandonato? Una cosa era certa: avrei scoperto tutto per poi ritornarci con i miei amici (magari dopo aver mangiato, così difficilmente ci saremmo fermati a far merenda).

Dopo un paio di orette a fare ricerche scopro che quello è ciò che resta dell’antico convento francescano di Santa Maria degli Angeli, che per molto tempo è stato uno dei complessi architettonici di maggior rilievo della media valle del fiume Calore. Area geografica che nel corso della storia ha avuto un indubbio valore, poiché  è stata la naturale via di accesso che da Benevento spingeva verso i limiti estremi della provincia di Avellino.

Le origini della struttura architettonica ci riportano alla seconda metà del XV secolo, è proprio di quel periodo il primo documento che attesta la presenza del convento francescano. Tale convento ha annoverato tra i suoi frati per circa tre anni di noviziato (dal 1669 al 1672) anche il Beato Bonaventura da Potenza, figura di spicco nella storia del francescanesimo meridionale. All’interno delle mura diroccate della struttura è tuttora conservata una lapide del 1594, la quale ricorda che nello stesso anno si riunirono in capitolo addirittura 700 frati, a conferma dell’importanza che aveva il convento all’epoca. Di colpo però si avverte l’inesorabile trascorrere del tempo, con la sua lentezza fredda. 

Ed oggi, quello che un tempo era un vanto per Lapio, è diventato un cumolo di ruderi. I lapiani di ogni generazione, dalla chiusura del convento, hanno recuperato i tesori d’arte più belli, nonché alcune delle statue più antiche che oggi sono custodite nelle chiese. Però, ripassando tra quelle rovine, e ammirando i raggi del sole che si fanno spazio tra l’edera e le spine, la mia fantasia non può far nient’altro che lavorare, ed immaginare il fascino delle grandi e spaziose e sfarzose sale che un tempo dominava la media valle del Calore. E se immagini bene le senti, le senti ancora le campane della chiesa, e gli aromi dell’orto “dei semplici”.

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