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L’occhio della musa

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Poesie del dolore e della bellezza – Conza alle pendici del Parnaso

L'occhio della musa
Fonte: Google Immagine

Le atmosfere di Conza nuova e la storia dignitosa e tormentata della Conza vecchia, che pure è tenace nel ricordo tra le macerie, la morte e la sofferenza, risultano ispiratici potenti per l’Ars poetica e non solo. 

L'occhio della musa
Fonte: Google Immagini

Conza vecchia (l’antica Compsa) ha la sua anima ed è un’anima parlante, che palpita di vite. Vite che Armando Saveriano, poeta e critico letterario, ha còlto e raccolto, sintetizzandole in versi che si spiegano e si giustificano da sé, dove spettri e fantasmatizzazioni risaltano in uno specchio che riflette visioni e tormenti ossimorici, giacché la disperazione include promessa e rinascita, orgoglio e rigenerazione delle piaghe.

Aleggia ovunque un naturale senso del sacro e un sacro rispetto dell’inatteso, anche quando l’enigma del “quid” insondabile porta lacrime e procura brutali distacchi che sembrano e sono crudeli. Ma proprio i tragici smottamenti tellurici hanno consentito l’ascesa, la levitazione a sfere alte, che sublimano ogni effrazione passata della pace, della Vita.

Poesia

Rovine di Conza
Fonte: Google Immagini

Non vuole dimenticanza

Conza com’era

Torna negli occhi della mente

e regge gerle di storia

Ognuno la sognerà

sotto una coltre serena

prima del ruggito della terra

prima della morsa del gigante infuriato

Ma chi oggi la pena ascolta

dei suoi fantasmi

chi raccoglie le anime in un mazzo

e le disseta nel palmo della carità

Eppure è là

alla fine e al principio del mondo

pietra sulla pietra nella pietra

spettro che alza il boccale

dell’eternità e fruscia

nel post scriptum

dell’inarrendevole pensiero

di chi ne amò assolazione

e frescura

chiacchiere al bar

ciarle nei vicoli

corse di bambini scapricciati

dolori di vecchi sulle sedie impagliati

giovani donne vestite di bianco

innamorati con belle cose

tra le dita

e un masticare di vento

che oggi dopo d’allora

chiede una serratura a

doppia mandata

sulla sofferenza

 

*

 

Se Conza fosse Itaca

conteremmo le pietre

in una raggelata

sospensione di coscienza

e il cuore non sarà in ritardo

sulla scacchiera

di portentoso dolore

e riconoscimento

delle mosse cieche e crudeli

dell’evento

Se Conza fosse Itaca

avrebbe Odisseo

nella sua legione di risorti

sotto un lunare presentimento

di sangue riscattato

sotto un mercuriale trasalimento

di lacrime raccolte in una ciotola

Molte voci si levano

né saranno smentite

dall’amore non evanescente

di chi resta altrove

e la ospita nei sogni

Un lembo di tempo

ancora le storie ne conserva

un mormorio di chiesa

un caro volto

uno zoccolo uno scialle

il fragore di un lamento sorpreso

e dopo l’avanzata della polvere

il tenebrore della morte

ad uncino

Su quei corrosi lividi

sarà vero un sopore

e il travaglio

della sopravvivenza che

non placa colpa

Ogni scampato

ne porta il terriccio

nelle tasche

 

*

 

Che mi vedano pure qui

sulla vecchia scala di pietra

io vengo ad ascoltare

Chi prima chi dopo

tutti hanno lasciato questo posto

e lungo ogni gradino

si trova a cercarlo bene

un groviglio di immagini

che non ne vogliono sapere

di scolorire

Non per me

Qui ho vissuto

più che in ogni altro luogo

Qui dalla cima

consolavo la terra amareggiata

e un’ora valeva una vita velenosa

altrove

Conservo le cicatrici sopra le ginocchia

perché planavo come gli aeroplani

il vento nei capelli

e nessuno mi strappava di mano

il timone del mio acerbo corso

Chi coglierà per me

le preghiere opache

che ancora esitano sulla punta dell’erba

chiamando ottobre e l’amore votivo

sotto un sole acido di nubi

inquinate dal fumo dei comignoli

La morte un tempo era venerata

le andavano incontro coloro

che sortiti dal frumento

ruminavano l’eternità dell’asfodelo

la luce di un fuoco immite

negli occhi

ed erano tanti nella stessa fede

Le mie grandi mani rosse

hanno uno scatto di collera

la scala conta mille antiche cicatrici

e neanche uno dei piccoli invasori

che molestavano fiori modesti

e creature morbide o metalliche

a tremare nelle crepe

La pietra s’è incrudelita

e mostra le ossa

tenta di scrollarsi il muschio che pur le piace

che di notte si fa coltre

ornante per i cenci dei ricordi

Ho visto una foglia bianchissima

il viso di una bambina

che teneva nel pugno una catenella d’oro

Caterina

la cercava sua madre

Caterina è ora di messa

e farà pioggia

prendi lo scialle

Già allora l’amore brucava

portando dietro di sé il freddo

e dentro sabbia calda fine e perlata

Già allora ci si incontrava

affianco a quello stesso cippo

già allora

E si salutavano i mietitori

seduti sul far della sera

a masticare la zuppa del lavoro

Erano oneste ore quelle

sorelle di luce calante

e senza il serpente sfrigolante

delle ombre che appaurano oggi

Decisi che non avrei errato

altro che nei libri che leggevo

fino a consumarmi gli occhi

Avrei fatto riparare le suole

e morso il pane fermo della resistenza

Il futuro non è stato per me un mare ghiacciato

e se nella calca sono stato confuso

abbandonato

ho conservato l’arma e sfidato

la torre alta

il lago dal sussurro di raso

e di vedetta azzuffato

con il cielo

quando batteva sulla roccia

i suoi anelli dentro cui passavano le lune

rotonde

Ancora mi taglio

mi trafiggono gli spini

mi sorprende una lucertola

a cui spezzavo sempre le code

e dalla nebbia grigia che affioca

s’eleva un grido di ragazzo

col suo fulgore invidiabile e sgualcito

il vento nei capelli

planando come un aeroplano

 

*

 

Aiutatemi a trovare

la bambina che qui sono stata

la giovane che cuciva nelle sere estive

la donna che non sarei diventata

Una volta ho inventato un papavero

l’ho appuntato sul mio sangue

Raccattate vi prego i frammenti di me

Raccoglieteli

Metteteli insieme in questa ciotola sbeccata

affinché l’anima mia li beva

questi brandelli

e vòliti più sicura

nell’angolo di mare celeste

che senza più verbo guarda Conza

Omero ne avrebbe dolentemente

cantato la distruzione accanto alla gemella Ilio

e Curzio Malaparte avrebbe cucito pelle di pietà

sull’antica incolpevole città

che in un lampo appreso avrebbe

d’immane miscela la formula

del distacco delle stelle

ritirate al di là dell’universo

mentre Dio per inconcepibile volontà

radeva al suolo con brontolio sordo e incavato

le opere e gli uomini e scriveva

un inaccettabile forse domani

Avevo un piccolo cane a cui dormivo stretta

fui ribattezzata nella morte

mentre latravano inascoltati

gli allarmi profetici delle bestie agitate

e pulsavano rosse le vene della luna bassa

Non ho mani non ho piedi non ho occhi

né ali Scorro in lacrime lunghe

che disinfettano la desolazione all’intorno

Rattoppatemi

Sono una bambola scucita con spilli

e vetri sulla lingua

figlia dello spettro di una città

che nemmeno rantola più

nello stordimento del silenzio

Io non trovo la bambina che son stata

la giovane donna punta dall’ago

la moglie e la madre e la nonna

a cui è stato cassato il colore degli occhi

e interrotta la dolcezza pigra

di ogni illusione

 

ARMANDO SAVERIANO

AUTORE
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