copertina mar a chi mor

Intervista con Raffaele Aldo Lungarella, autore di Mar a chi Mor

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copertina mar a chi mor

Questa settima ho avuto l’onore e il privilegio di scambiare due chiacchiere con Raffaele Aldo Lungarella, l’autore di un bellissimo testo interamente dedicato al suo paese d’origine: Carife.

Raffaele vive a Bologna ma porta con sé il ricordo del suo paese natio e ne racconta le storie, le tradizioni e la vita quotidiana premettendoci di fare un tuffo nel passato tra personaggi, parole e luoghi lontani nel tempo.

C’era una volta a Carife

Come è nata l’idea di scrivere un’opera su un “paese meridionale della metà del XX secolo”?

La scrittura del libro non è stata pianificata. Ha un’origine puramente incidentale, in un mio errore nel mettere a posto l’orologio del mio cellulare con l’ora locale di Israele, dove mi trovavo (in pellegrinaggio, pur non credente). Poiché mi alzai, all’alba, un’ora prima del previsto, pensai di fare un appunto su una cosa da fare al ritorno a casa. Il quaderno che mi ero portato dietro (parte di un fondo di magazzino di quaderni che mi regalò mia zia Maria quando cessò la sua putea) aveva la copertina nera e, quando lo aprii, vidi che era di quelli che una volta si usavano in prima elementare. Allora mi venne in mente di descrivere le pagine dei quaderni usati nelle diverse classi delle scuole elementari. Poi ampliai l’oggetto e venne fuori il capitolo su La campanella. Il secondo capitolo che scrissi è Sfruculiare la fortuna, che inizialmente intitolai Il venditore di fortuna. Gli altri capitoli sono stati scritti senza un ordine, man mano che mi veniva in mente qualcosa e ne avevo voglia e tempo. La memoria mi ha sostenuto e lo sforzo che ho fatto è stato di tentare di rendere il più possibile scorrevole e leggibile il racconto.

Che valenza assume per lei il dialetto nell’opera?

Ho incontrato una certa difficoltà nel passare dal dialetto parlato a quello scritto. Mi sono avvalso del pregevole libro di Rocco Salvatore su La lingua di Carife e anche della più antica Raccolta di termini dialettali di Carife di Paolo Salvatore. Nella trascrizione del parlato di alcuni termini dialettali ho cercato di stabilire, arbitrariamente, una coerenza tra grafia e suono. Detto questo, il rilievo attribuito al dialetto è misurabile dal titolo stesso del libro. Se anziché Mar a chi mor in copertina ci fosse Poveretto chi muore oppure Peggio per chi muore, il tiolo perderebbe la sua immediatezza. I detti, proverbi, gli scioglilingua e anche le singole espressioni dialettali perdono la loro efficacia descrittiva ed esplicativa quando sono tradotte, poiché spesso occorre un lungo giro di parole in italiano per descrivere un concetto o una situazione sintetizzata in una o due termini dialettali. Il ricorso al dialetto è un’orma, il riconoscimento di un’appartenenza, un fattore di formazione di un’identità.

Lei definisce l’opera già nel sottotitolo “cronaca”. Ora le chiedo, in che misura ha inciso la componente autobiografica e commemorativa nel trasporre le vicende, e in che modo ha inciso il distacco da Carife in questo processo creativo?

Il libro è una cronaca, perché quella è il massimo che mi ritengo capace di fare. Non mi sarei mai avventurato nel tentativo di ricavare dal materiale raccolto una narrazione letteraria, un romanzo o un lungo raccolto. Non mi sono proposto neanche di scrivere un saggio di antropologia o di etnografia o di qualsiasi altra disciplina a queste riconducibili, per l’elementare ragione che non solo non ho nessuna competenza scientifica in queste materie ma non ne conosco neanche il lessico elementare. Molto più semplicemente, pubblicando questo libro ho voluto, per memoria mia e di fosse interessato, raccontare situazioni, condizioni, episodi e personaggi di cui ho avuto conoscenza diretta; solo in pochi casi trascrivo racconti che mi sono stati fatti. Non so se c’è stato un distacco definitivo anche quando sono andato a vivere altrove, a Bologna: nel periodo delle scuole superiori, tornavo al paese durante la pausa estiva; finché e vissuta mia madre ci sono tornato tre volte ogni anno e poi almeno una volta.

Dal libro emerge in modo insindacabile l’amore per la sua terra. Cosa ci può raccontare della Carife di oggi?

Il paese di oggi, che conosco per i brevi periodi in cui vi ritorno, è, ovviamente, molto diverso quello che ho vissuto a cavallo degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Allora nascevano quaranta cinquanta bambini ogni anno e non c’erano tanti spazi per mandarli a scuola, ora che di scuole ce n’è in abbondanza a mala pena si riesce a fare una classe;  gli abitanti erano tanti e le case poche, adesso ci sono più case che cristiani e quando c’è un funerale, il paese perde quasi sempre due abitanti, perché per ogni anziano che se ne va, la badante che l’accudiva deve trasferisti altrove alla ricerca di un nuovo lavoro. Anche Carife è diventato un paese di immigrazione, ma l’emigrazione continua a essere una via d’uscita per i giovani. L’attuale stato di strade cupe piazze e piazzette, e degli altri elementi di quello che si chiama arredo urbano, non può essere neanche lontanamente paragonata con la loro condizione di sessanta anni fa. Ma questi miglioramenti non credo siano in sé sufficienti per cambiare direzione alla prospettiva di progressivo spopolamento che caratterizza tutti i piccoli paesi di montagna (e non solo), che non riescono a essere un’attrazione turistica o che sono lontano dai grandi centri urbani.

Se pensa a Carife qual è la prima immagine che le salta alla mente?

Le immagini sono diverse a seconda del momento che si vuole fotografare. Evocare visivamente la realtà attuale è più semplice che per il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza di chi nacque agli inizi degli anni ’50; non solo perché richiede un minor sforzo di memoria. L’immagine attuale è quella che resta impressa in chi, attraversando il paese anche nella bella stagione, dalle casette alle fontanelle, vede per strada solo una o due persone oppure la luce accesa in una casa ogni tanto, se arriva dopo l’imbrunire. Per il passato non viene in mente una sola immagine, ma di più immediato contrasto con l’oggi è quella di un paese più animato, sebbene più lento in tante cose dell’esistenza. In un’immaginaria rievocazione del paese del passato si possono esporre le fotografie di gruppi di bambini e ragazzini che giocavano lungo la via nova, che è la statale che attraversa il paese, in piazza o in altri piccoli slarghi; donne e uomini che quando era caldo prendevano il fresco seduti  davanti alle porte delle loro case o di quelle dei vicini dirimpettai; file di asini che tornavano dalla campagna, spesso precedendo i loro padroni, dopo avere memorizzato il tragitto tra casa e for e viceversa. E la galleria potrebbe arricchirsi tanti altri fotogrammi.

Le propongo un gioco. Immagini di poter riportare dal passato qualcosa della Carife antica, cosa sarebbe?

Qualche giorno fa ho letto Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro. Raccontando della vita dei pastori e delle genti di quei paesi calabresi, annotava: “E una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie”. Anche per chi stava peggio, la vita a nei paesi rurali meridionali nei dieci venti anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, non era così dura come quella descritta da Alvaro, non solo perché tra le due situazioni corrono una trentina di anni. Era per una vita che molti campavano con difficoltà e che proprio per questo meriti, penso, di essere ricordata, anche nei suoi dettagli, per non dimenticare, ma senza nostalgia. Non che non si possano trovare, in quel passato, episodi o comportamenti o figure da evocare senza rimpianto, ma si può correre lo stesso rischio di fare una citazione di comodo estraendo una frase dal più ampio testo che la contiene. Credo che chi, giovani curiosi o desiderosi di farsi un’idea della vita di paese dei loro padri e nonni e persone della mia generazione, avrà voglia e pazienza di leggere il libro discernerà a suo piacimento tra ciò che gli piace e ciò che vorrebbe dimenticare.

Grazie infinite, Carife l’aspetta a braccia aperte!

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