dialetto lionese

La G di “atta”. Il dialetto lionese come codice criptato delle tradizioni.

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dialetto lionese
Fonte: LIONI di un tempo (Facebook)

Domenica. Ore 11:30. La luce calda inonda la stanza donandole il caratteristico aspetto a fasce del mattino, gli occhi sono ancora chiusi ma ne percepiscono la presenza. I mormorii di un nuovo giorno rivangano quello appena trascorso. Qualcosa di buono serpeggia pian piano su per le narici. Cos’è? E’buono! E’ il ragù, lo sento “peppej๔. D’un tratto sobbalzo.  Lo cuorio ca non t’appiccia!” sento urlare dal corridoio e poi subito dopo: “MIAAAO!”

Ernesta, la gatta, si è intrufolata in casa ed è stata beccata in flagranza di reato. Mangiava voracemente le crocchette direttamente dal sacco. Nulla di nuovo. Questo giorno è come gli altri, eppure quella frase che ho sentito infinite volte, oggi si è infilata prepotentemente nei miei pensieri ed ecco che la catena dei ricordi si innesca. In una manciata di secondi si susseguono immagini su immagini: la mia amica di infanzia, sua nonna e la sua mamma; in seguito la mia coinquilina calabra e le sue risate. Ida non aveva mai ascoltato un’espressione così, eppure dalla sua stanza intuiva quel che avevo fatto: “no² sconcierto³”.

dialetto lionese Lioni corso Anni 70
Fonte: LIONI di un tempo (Facebook)

Cuorio” in dialetto lionese  è un sostantivo maschile che si riferisce al cuoio, ma il suo significato traslato si riferisce alla pelle e più in particolare alla vita dell’uomo. Quando utilizziamo l’espressione: “lo cuorio ca4 non t’appiccia5” stiamo imprecando e soprattutto ci stiamo definendo: definiamo il nostro essere lionesi. 

Il dialetto rappresenta un codice all’interno del quale sono criptate tutte le contaminazioni culturali, tutti i luoghi figurati e materiali del nostro passato e l’intero albero genealogico di una comunità fin dalla sua genesi. Quando lo parliamo l’aura dei nostri antenati ci circonda, sentiamo il profumo dei nostri nonni, la voce della vecchia vicina che chiamavamo zia, ma che in realtà era una nonna anche lei e guai a dirlo a quella vera! Quasi certamente per descrivere il pentolone stracolmo di ravioli che la nonna preparava per essere lei la regina indiscussa del nostro cuore, si potrebbero utilizzare una miriade di parole diverse, ma l’unica e sola è la parola “callàra”. Il motivo della sua unicità è racchiuso nella capacità insita di rievocare le mani sporche di farina un po’ corrose dagli anni e allo stesso tempo la cucina in muratura alimentata a fuoco vivo, meglio detta “fornacella”. Una parola, una tradizione da sviscerare. 

La forza evocativa del nostro dialetto è peculiare e rafforzata dai gesti che lo accompagnano. Le emozioni sono amplificate, la rabbia come la gioia. Il dialetto alle volte è giustamente cinico, scurrile e si contrappone all’eleganza velata dell’italiano corrente o almeno così sembrerebbe, ma se analizziamo fino in fondo la questione, il secondo rischia di essere anonimo di fronte all’originalità del primo che intanto denota le caratteristiche specifiche di un luogo e uno soltanto.

Il dialetto infatti circoscrive aree ristrette, identificate nello spazio delimitato dai confini di un comune, oltre i quali le regole si stravolgono, i suoni si trasformano, i significati si invertono, le lettere si cancellano e si riscrivono.

dialetto lionesi Lioni vista panoramica
Fonte: Forum dei Giovani Lioni

Lo stupore ci assale quando parlando con un bagnolese apostrofiamo “frèsteco” il suo gatto non troppo avvezzo alle carezze. Lì, in quel preciso istante, notiamo un cambiamento repentino nel suo volto, l’espressione sul suo viso si distorce lasciando posto alla perplessità. “Frèsteco” è un aggettivo che significa selvatico, scontroso che però, così scritto e pronunciato non ritrova alcun riscontro nel dialetto bagnolese. La certezza,invece, straccia la meraviglia quando intavoliamo un discorso con persone che utilizzano “tòh” come intercalare,  in questo caso siamo sicuri di trovarci di fronte a un santangiolese. Allo stesso modo, a parlare è un montellese se la persona con cui stiamo dialogando ci intima di smettere di giocherellare nervosamente con le mani utilizzando l’espressione “t’ara stà fermo!

Il succo di questa storia è che grazie alle furberie del mio gatto e alle urla di mia madre, ho capito quanto effettivamente conoscere la lingua originale del proprio paese possa essere utile per raccontarne la storia e la bellezza a tutto tondo ed è sempre per questa ragione che ne riporto qui le basi fonetiche tratte dal “Vocabolario del dialetto di Lioni”, con la speranza che andando avanti con la lettura, volta per volta, tutti gli irpini possano ascoltare Lioni con le sue “vere” parole e sentirla un po’ più casa. 

“Il dialetto lionese ha una sua peculiarità, che non si riscontra  in nessun’altra parlata: riguarda l’impossibilità di rendere graficamente il suono insito in alcune parole quali ad es.: quedda (quella), panedda (grossa forma di pane), gonnedda (gonna) etc., nelle quali la pronuncia dell’ultima sillaba (dda) non è dda, né gghia, ma palatale retro linguale che solo i Lionesi conoscono. […] Il digramma ch seguito da due o tre vocali a volte nella pronunzia fa tuttuno con le stesse, come ad es. nelle parole chiuppo6, chiuovo7, etc.; altre volte vi è una lievissima separazione come nella parole chìèsia: in questo caso ie non fanno dittongo. Frequentemente la pronunzia delle consonanti c e g è indistinta si dice, ad es. ngarrà o ncarrà (indovinare). Così è per p e b; si dice indifferentemente mpriestro o mbriestro (in prestito). […] La consonate g talvolta non viene pronunciata dinanzi alle vocali a,o,u (es. atta sta per gatta, onnella sta per gonnella).”

1Peppejà” o “Peppià”, v.= il sobbolire lento ma continuo del ragù; verbo modellato sul sostantivo pippa (pipa).

2No” o “Nu”, articolo indeterminativo maschile singolare

3Sconcierto”, s.m. = guasto, cattivo servizio, turbamento, confusione, sconcerto.

4Ca”, cong. = che, poiché; abbrev. di “pocchi”, derivato dal lat.: quam o postquia = poiché; ha anche significato di incertezza = non so, (chi lo sa).

5Appiccia”, voce del v. tr. “appiccià” = accendere, corradicale di appiccare il fuoco; dal lat. volg. “adpiceare”, verbo denominale di “piceus” (di pece).

6Chiuppo”, s.m. = pioppo; dal latino volg.: ploppus, per populus = pioppo. Fig. uomo insignificante.

7Chiuovo”, s.m. = chiodo;dal lat.: clavus. Fig.: idea fissa, fissazione, persona fastidiosa, debito; (tenè no chiuovo ncapo = avere un’idea fissa)

Riferimenti bibliografici: Iorlano N., Nesta P., Garofalo N. (2008). Vocabolario del dialetto di Lioni, la lingua dei nostri padri. Lioni: ALTIRPINIA.

Un gruppo di giovani lionesi “I Senza Rancore” ripropongono “Le Paiesanelle” (tipico canto in dialetto lionese) per il contest di karaoke “ Me La Canto e Me La Sòno” organizzato dal Forum dei Giovani di Lioni.

Buona visione.

Scritto da Chiara Ciotta

Editor: Michele Di Sapio e Gian Salvo Nappa

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