Vampaleria

La “vampaleria” di Sant’Andrea a Gesualdo

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Vampaleria
Fonte: è-Campania

Il rito dei falò è una delle tante tradizioni italiane legate alla religione e che spesso hanno radici in contesti pagani. Accendere un falò è un atto contro il male e l’oscurità e per questo nei secoli si è collegata sempre a una figura santa da invocare, a cui chiedere protezione e benevolenza; di conseguenza il rito si svolge in una precisa notte dell’anno.

Anche in Irpinia, chiaramente, è molto diffusa questa tradizione; ogni comune probabilmente ha la sua data dedicata all’accensione del falò. Solitamente questa tradizione avviene nel periodo invernale e sostanzialmente da San Martino (11 novembre) a San Giuseppe (19 marzo), soprattutto nei giorni di San Nicola e dell’Immacolata (6 e 8 dicembre), in quello di Sant’Antonio abate (17 gennaio) e in quello di San Giuseppe (19 marzo). 

Non mancano però accensioni di falò a Santa Lucia (13 dicembre), alla vigilia di Natale, a Capodanno e all’Epifania.

Il culto e la tradizione di Sant'Andrea

A Gesualdo il rito dei falò, detti “vampalerie” (da vampate), si celebra la sera del 30 novembre in onore di Sant’Andrea apostolo.

Il culto del Santo ha origini alla fine del XVI sec. grazie all’arrivo a Gesualdo di una reliquia di Sant’Andrea, un osso dell’arto superiore incastonato in una scultura in argento a forma di braccio. La reliquia, oggi custodita nella chiesa madre di San Nicola, fu donata al principe Carlo Gesualdo da sua sorella Eleonora, badessa del monastero del Goleto di Sant’Angelo dei Lombardi.

Reliquia
Fonte: Pro Loco Civitatis Iesualdinae

Le prime tracce relative al rito dei falò risalgono, invece, agli inizi del ‘800. Gli scarti dell’albero di tiglio da cui venne preso il legno utilizzato per la realizzazione della statua dedicata al Santo furono impilati e dati alle fiamme dai fedeli in segno di ulteriore venerazione.

Da allora la tradizione è diventata uno dei momenti più identificativi e di aggregazione della comunità di Gesualdo. In ogni rione si predisponeva presso il proprio luogo simbolo un falò, altri gruppi di vicinato ne realizzavano altri costellando così le strade del borgo di decine e decine di “vampalerie”. 

Si creava così anche una sana competizione tra i rioni che rendeva la notte del 30 novembre un giorno molto sentito e atteso.

Negli anni purtroppo la tradizione è andata scemando, dai grandi fuochi di rione e di vicinato si è passati alle “vampalerie” di comitiva. I più giovani vedevano in questa sera un’occasione per stare fuori casa. 

Se da un lato hanno portato avanti la tradizione e la memoria dei falò, dall’altro, crescendo, si è permessa una perdita della trasmissione del rito dagli anziani ai più giovani. Nel nuovo millennio sono sempre meno le comitive che danno vita ancora a questa tradizione e, purtroppo, spesso si riduce a una semplice cena in casa.

La "vampaleria"

Il classico falò viene realizzato grazie all’utilizzo di scarti di legna, residui di potature, legna portata dai vari partecipanti, radici di alberi tagliati. 

La struttura, di forma conica, prevede un tronco centrale sostenuto da grosse radiche coperte da fascine secche. Il tutto viene rivestito con ceppi alla base e tronchi sempre più spessi verso l’esterno.

I più giovani cominciano la raccolta della legna già nelle prime settimane di ottobre passando di casa in casa con la carriola a chiedere una donazione di legna per il falò. Era consuetudine tenere al sicuro la provvista di legna per l’inverno per non correre il rischio che questa venisse ridimensionata senza permesso.

Le dimensioni della “vampaleria” non sono standard ma si va dalla classica di un paio di metri di altezza e di diametro ad alcune molto grandi, fino a 5 metri di altezza e 3 oppure 4 di diametro. 

In passato, quando le norme erano molto più permissive per l’accensioni di falò in aree pubbliche, la brace poteva durare anche per giorni, anche fino all’Immacolata, al punto tale, che questa veniva portata in casa, da tutto il vicinato, per alimentare i propri camini.

Vampaleria
Fonte: Rocco Savino

Il menù di Sant'Andrea

Lo stare intorno al fuoco crea momenti di convivialità e di gioia e per questo non deve assolutamente mancare il cibo. In molti riti pagani il fuoco era elemento centrale e il cibo simbolo di prosperità. Lo stesso avviene intorno ai nostri falò e la brace viene utilizzata per la cottura dei pasti.

La tradizione gastronomica legata a Sant’Andrea è di tradizione povera e si basa sulle provvigioni per l’inverno e le nuove produzioni. 

Le pietanze e i cibi base e fondamentali sono: spaghetti aglio, olio (fresco di frantoio) e peperoncino; salsicce alla brace; castagne arrostite; patate sotto cenere; mandarini (le bucce vanno lanciate rigorosamente nel falò); vino rosso paesano novello. 

Ulteriori pietanze posso arricchire il menù come altri tagli di carne di maiale sempre da fare alla brace, la salsiccia pezzente e le cipolle da fare sotto cenere insieme alle patate, salumi e formaggi, dolci casalinghi.

L’atmosfera intorno al falò, ricca e avvolgente, è scandita dallo scoppiettio e il profumo della legna che arde e dagli odori della carne, dei mandarini e del vino. 

E’ colma di schiamazzi e di risate, di racconti e di aneddoti, di sguardi e di sorrisi; essa si riempie del tepore che riscalda dal freddo di un inverno che sta per cominciare, di gioia, di vita. 

Musiche tradizionali, balli e canti accompagnano la notte dei Gesualdini, fieri della propria identità e della loro tradizione spesso bistrattata e buttate tra le fiamme.

Vampaleria

La mia pregheria più grande è l’appello a riprendere e a rivivere questa tradizione, questo rito, questo momento di coesione. 

La pandemia in atto quest’anno chiaramente impedirà la realizzazione dei falò ma potrebbe essere un giorno in cui, nelle nostre solitudini, poter riscoprire la “vampaleria” che arde in ognuno di noi.

Autore: ROCCO SAVINO

Fonti: Italiani – G. Bravo           Gesualdo e il falò di Sant’Andrea:        tra storia, leggenda e tradizione – èCampania

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