via S.Antonio Abate Montefalcione

Montefalcione e la chiesa scomparsa

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via S.Antonio Abate Montefalcione

Oggi vi raccontiamo una storia...

In un angolo di paese che credevo di conoscere, che ha da sempre fatto parte dei più vecchi tra i miei ricordi, d’improvviso apparve una chiesa. Non lo fece fisicamente, nessuno aveva tirato su un edificio durante la notte su quella piccola stradina. No. La chiesa apparve tra le carte che avevamo accumulato durante il nostro percorso di ricerca sulla storia di Montefalcione. In un vecchio libro dei primi anni del ‘900, in alcuni passi che descrivevano l’aspetto del nostro borgo agli inizi della sua storia, si accennava ad una chiesetta dedicata a S. Antonio Abate. La cosa ci stupì non poco, di tale edificio non avevamo mai sentito parlare. In fondo si tratta di Montefalcione, un borgo con soli tremila abitanti e poco più, non notare una chiesa nel bel mezzo del centro del paese é alquanto improbabile. Allora dov’é che sorgeva questa misteriosa chiesa? Scoprimmo che dalle descrizioni del libro non sembrava troppo difficile ricostruirne l’esatta locazione. Quando tentammo il risultato ci mise quasi in imbarazzo: il punto indicato dal libro, infatti, coincide proprio con quello che oggi porta il nome di Vicolo chiuso S. Antonio Abate, proprio di fronte alla stradina chiamata Cupe S. Antonio Abate. Un segreto che avevamo da sempre avuto proprio sotto il naso.

La chiesa di S.Antonio Abate

Approfondimmo le ricerche, dunque, per cercare di riportare alla luce quanto più possibile su questo luogo tanto misterioso. Scoprimmo altri documenti, appartenuti alla curia dell’epoca, che in poche righe accennavano ad opere di ristrutturazione avvenute proprio per la chiesa scomparsa. Prova ulteriore, quindi, dell’ effettiva esistenza della chiesa di S. Antonio Abate. Dal ‘700 in poi, però, della chiesa sparì ogni traccia. É probabile che uno dei forti terremoti avvenuti all’inizio del secolo in Irpinia abbia completamente distrutto la struttura. Tirata giù in un istante da un tremore della terra, un altro destino con cui l’Irpinia si ritrova ciclicamente a fare i conti.

Chiesa S.Antonio Abate Montefalcione

Niente del luogo come appare oggi farebbe pensare alla passata presenza di un simile edificio. Pare che di esso fosse sopravvissuto solo un calice, in argento. Inciso sulla base, l’oggetto portava il ritratto del santo a cui la chiesa era dedicata. Neanche il calice, che dopo la scomparsa della Chiesa di S. Antonio Abate fu trasferito alla Chiesa Madre, è giunto fino a noi: ha ceduto al passare del tempo o, forse, è stato trafugato durante i furti che il Santuario subì nel secolo scorso.

Chiesa S.Antonio Abate Montefalcione

A volte la storia é magnanima, personaggi e luoghi sopravvivono allo scorrere degli anni e si conquistano una certa forma d’immortalità. Il più delle volte, però, della maggior parte di noi non rimane che il ricordo. Almeno per un pò. Lascia l’amaro nell’animo pensare che di tutta la potenza spirituale, l’importanza sociale di quel luogo, non rimane neanche la polvere. Ogni ricordo di questo luogo è sparito da più di trecento anni. Solo poche righe sterili a testimoniarne l’esistenza. Un monito per chi ancora rimane. Un avvertimento della fugacità del tempo, dell’effimerità delle nostre esistenze.

Quando tornai ad osservare il piccolo vicolo dove una volta sorgeva la chiesa l’aria era carica di petricore, l’odore della nostalgia. Ci stava bene una giornata di pioggia, si intonava all’atmosfera. Un’eco di assordante silenzio rimbombava nell’assenza della chiesa. Faceva riflettere sul tempo e sul nostro ruolo in esso. Tutta la nostra esistenza é imprigionata nel presente, si nutre del nostro passato e non può che ignorare il futuro. Di tutto quello che siamo, di tutto ciò che facciamo, potrebbe un giorno rimanere null’altro che poche righe sparse in libri polverosi. O forse neanche quello. Non potevo evitare di sentirmi nient’altro che una singola goccia nell’infinito oceano dell’universo. E il pensiero mi fece sorridere, risvegliando il ricordo delle parole di David Mitchel nel suo Cloud Atlas, una scintilla di speranza dall’ultima pagina del libro:

“Ma cos’è un oceano, se non una moltitudine di gocce?”

Articolo a cura di Davide Lepore

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