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Gesualdo, tra inchiostro e ricordi

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Piazza Neviera di Gesualdo '900
Archivio fotografico Pro Loco Civitatis Iesualdinae

“Laddove gli alberi e le chiese sembrano raccontare un eterno presente e opporsi fieramente all’ avanzare del tempo, ci sono memorie antiche che custodiscono un passato altrimenti dimenticato.” Con queste parole aprii il convegno “Come eravamo…” di un anno fa, quando il ricordo del terribile terremoto dell’Ottanta era più tangibile della paura da SARS-COV-2.

Memoria storica

In questo lento ritmo vitale, scandito solo dalle rughe di chi li abita, dai santi sui calendari e dalle stagioni che si rincorrono, i nostri paesi posseggono una grande memoria storica. Queste memorie da sempre tramandate oralmente ed empiricamente fanno parte di ognuno di noi, come fossero il materiale genetico della provincia.
Un bagaglio culturale innato, che va dal folklore alla serenità, dal rito dell’ uccisione del maiale al semplice gesto di mangiare una ciliegia dall’albero, bagaglio alle volte leggero come piume, altre pesante come piombo, ma da noi, fieri irpini, sempre custodito.

A Gesualdo, tra queste antiche pietre e questi vecchi sguardi, c’è un mare d’ inchiostro che ci permette di non dimenticare le pagine della vita passata. Questa memoria scritta, queste testimonianze devono avere come fine, parafrasando il regista Robert Bresson, di ” rendere visibile quello che, senza di loro, forse non potrebbe essere mai visto”.

"Gesualdo amore mio"

Giuseppe Caruso, detto Bebè, ci viene in aiuto grazie ai suoi vari lavori (libri e poesie), così da rievocare quotidianità proprie ad un passato che vive ancora, forte e fiero, nelle flebili voci di persone troppo stanche per raccontare.

Nel suo libro “Gesualdo amore mio” Bebè si pone l’obiettivo di raccontare scene di vita vissuta, di realtà ormai morte, come egli stesso dice “di raschiare il fondo della vita dei compaesani gesualdini di quasi un secolo fa”.

Copertina Gesualdo amore mio
Copertina "Gesualdo amore mio" di Bebè Caruso

I primi anni del secolo scorso, a cavallo tra le due Grandi guerre, vedevano una Gesualdo ricca di storie, un paese dove la vita esondava tra stenti e sorrisi, tra povertà e voglia di fare. Le strade erano stracolme di gente, quando ancora le nascite superavano di gran lungo le morti.

Come potete immaginare, tanti erano gli omonimi nel paese ed ecco che “l’anagrafe paesana” attraverso mille soprannomi o “scangianome” rendeva l’identificazione delle persone facile ed immediata. Citando lo scrittore “A Gesualdo tutti gli abitanti venivano conosciuti col soprannome, fatta eccezione per alcuni professionisti identificati col titolo di studio; i più venivano conosciuti per il mestiere esercitato, per la provenienza o, dopo un’attenta analisi fisica e morale, per via di difetti o per le fattezze fisiche”. Esempi come “Capaross” o “Fiascone” evocano un’immediata immagine nell’ ascoltatore o nel lettore, ma altri come “Lorererenari” o “Ndeccendecce” non possono far altro che strappare una risata.

Tra aneddoti e "scangianomi"

Catapultandoci negli anni 20′ troviamo una popolazione gesualdina ansiosa dell’arrivo del teatro ambulante napoletano, del circo equestre e, più di ogni altra cosa, della Fiera.

Ancora oggi il rione dove questa si svolgeva ha mantenuto il nome di “Fiera”; per non annoiarvi mi limiterò a descrivere un evento accaduto durante una di queste grandi fiere che attiravano persone da ogni dove. Un noto personaggio di Gesualdo (di cui non citerò lo scangianome) vendette un carro nel momento esatto in cui vi si poggiò per riposarsi. Alla Totò, ma prima che quest’ ultimo apparisse sul grande schermo con “Totò truffa 62”, vendette un bene che non era di sua proprietà, e contrattò così tanto sul prezzo che tutti i paesani rimasero sconvolti dalla maestria messa in atto. Preso il denaro ed i capi di bestiame fuggì via, e l’ignaro acquirente del carro si trovò immediatamente circondato dal reale proprietario e dai suoi fratelli. Da quel giorno, dalla rabbia mista a bestemmie dello sfortunato compratore, i gesualdini iniziarono ad essere considerati “zinghere e mariungiedde”.

Immersi in un tempo che sembra ripiegarsi su sé stesso, circondati da paesaggi che non mutano se non nel ricordo, sembra impossibile ci sia stata un’altra Gesualdo, un’altra Irpinia, madre verde e fertile per noi, abitanti e viandanti, delle sue cicatrici.
Una terra ricca di contraddizioni: tra credenze popolari e fede cieca, tra amore per il prossimo e odio fraterno, tra l’azzurro del cielo ed il rosso di una terra intrisa di lacrime, sangue e sudore.

Concludo, sperando sia solo un arrivederci, con una citazione di Bebè: “Oggi i viaggi, le strade, i mezzi di trasporto, le comodità, il benessere, tutto è cresciuto, grazie alla scienza ed alla tecnica, in maniera velocissima, però alcuni beni e valori non dovevano essere abbandonati durante la corsa”.

Autore Giovanni Nitti (per A.S.T.R.E.A. Gesualdo)

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